domenica 16 marzo 2014

SI SCENDE DAL TETTO

Sabato ultimiamo la posa dei pannelli, sistemiamo gli ultimi dettagli sul tetto e possiamo dedicarci esclusivamente all'impianto elettrico. Decidiamo di uscire a cena il giorno seguente e combattiamo la nostalgia di casa collegandoci all'Italia con tutti i mezzi tecnologici a nostra disposizione.


INTERVISTA A PADRE ANGELO E MONSIGNOR PANTE

Abbiamo incontrato Padre Angelo e il Vescovo Monsignor Pante e abbiamo approfittato dell’occasione per approfondire la conoscenza della realtà locale e porre delle domande, che purtroppo non possiamo riportare testualmente, poiché non abbiamo registrato l’incontro, ma che possiamo riassumere, cercando di salvaguardare il più possibile la fedeltà dei contenuti.

D: Come si delinea la cultura tradizionale Samburu?
R: La loro storia non ha vissuto il fermento culturale dell’Africa mediterranea e non è stata raggiunta dagli influssi arabi ed indiani dell’Africa orientale. I Samburu hanno abitato per secoli e secoli in totale isolamento, lontani dal progresso e da stili di vita differenti. Le loro tradizioni non hanno vissuto sofisticazioni e buona parte di loro resta fedele ai culti tramandati.
La loro cultura esalta la forza, la violenza e le azioni impavide. L’elemento di distinzione nella comunità è l’audacia e il possesso di bestiame, anche a discapito della salute e dell’istruzione. Preferiscono possedere un grande numero di animali, seppur magri e incapaci di produrre latte, piuttosto che averne un numero minore ma ben nutrito.
Compiono atti ritenuti eroici, come rubare le mucche, per guadagnare prestigio sociale, attrarre le donne e avere del bestiame da scambiare in cambio di una moglie. L’ostentazione del valore dell’individuo si alimenta nella sfida e nella competizione reciproca.
Per tutti questi motivi prevalgono atteggiamenti di odio e prevaricazione nei confronti delle altre tribù, contrasti violenti, antagonismo e furti per il possesso di bestiame.






D: Quali sono le modalità per cercare di risolvere tale situazione conflittuale?
R: La popolazione Turkana ha provato a difendersi dai soprusi e dalla situazione di discriminazione, appellandosi alla corte di giustizia e agli avvocati, ossia cercando la protezione del governo centrale.
Da un lato il governo locale, costituito da Samburu, è stato condannato per avere favorito i lavori esclusivamente ai membri della loro tribù e per avere violato le leggi della costituzione, negando una rappresentanza alle tribù minoritarie.
Per altri versi questa situazione non ha fatto altro che fomentare l’odio e le tensioni sociali. Per i Turkana è diventato sempre più difficile svolgere attività lavorative. Un esempio su tutti: ai Turkana è concesso di tenere aperta una macelleria a Maralal, ma la legge locale impedisce loro la macellazione, rendendo così impossibile la vendita di carne.
Per comprendere al meglio le particolari interazioni sociali è significativo ricordare quanto avvenuto nel periodo delle elezioni nazionali del 2007. I Kikuyu, etnia dominante in Kenya, in concomitanza con la vittoria delle elezioni, sono scappati da Maralal, dove costituiscono una netta minoranza, per timore di ritorsioni. Tuttavia le importazioni di cibo e le attività economiche a Maralal sono gestite esclusivamente dai Kikuyu e con la loro assenza la città si è trovata in breve tempo completamente bloccata, senza commerci e con un’economia in crisi. Ai Samburu non è rimasto altro da fare che pregare i Kikuyu di tornare in città, ostentando riconoscenza e benevolenza nei loro confronti.

D: Da quanto tempo dura la situazione conflittuale tra le tribù?
R: Il conflitto tra tribù è in corso dall’inizio dei tempi.
Un fattore che ha complicato la convivenza è stata la migrazione di parte dei Turkana nel territorio in cui erano insediati i Samburu.
Un altro aspetto influente è stata la delimitazione dei parchi naturali. Per preservare queste aree dedicate agli animali selvatici, ma soprattutto per soddisfare una squallida esigenza, meramente turistica, di effettuare safari senza incontrare pastori e animali da allevamento, il governo ha allontanato le tribù autoctone oltre i confini di queste riserve naturali. In queste zone la sorveglianza dei confini è intransigente e non ha mancato di degenerare in sparatorie sui pastori che, in periodi di siccità, cercano nutrimento per gli animali; tutto questo in completa antitesi con la facilità con cui invece si può corrompere un guardia-parco per effettuare bracconaggio, o per uccidere elefanti per l’avorio.
La questione più rilevante tuttavia è costituita dalla recente disponibilità di armi da fuoco tra la popolazione. Il loro impiego ha trasformato delle tribù che si rincorrevano a piedi con le lance, in piccoli, ma temibili, eserciti di guerriglieri, in grado di effettuare violente incursioni nel territorio nemico, azioni di rappresaglia e feroci razzie, con armi che si rivelano letali, al contrario delle folkloristiche armi tradizionali.






D: In quante persone possiedono armi?
R: Chiunque, da semplici fucili ai diffusissimi mitra. Se un tempo uccidere con le lance era complesso e faticoso, tanto da indurre ad abbandonare spesso gli intenti belligeranti, ora uccidere è diventato semplice e ordinario. Il numero di morti nei conflitti tribali è aumentato vertiginosamente, sono scoppiate escalation di vendette, l’ostilità è mutata ad un livello di violenza indiscriminata.
Il territorio che si estende a nord di Maralal non vede la presenza di anima viva, i campi sono incolti e l’erba cresce alta, senza animali erbivori che pascolano, perché la popolazione vive rintanata, per sfuggire ai costanti conflitti armati e nasconde il bestiame, per non offrirsi a facili razzie. La vita da quelle parti è un continuo rubarsi il bestiame a vicenda e spararsi contro, senza che la situazione possa minimamente mutare o conciliarsi.
In quelle zone si sono verificati anche casi di ecclesiastici uccisi: l’ultimo tragico evento nel 1998. Anche Padre Angelo ci racconta di avere segni di pallottole sulla macchina, ma di essere riuscito a sfuggire alle situazioni più pericolose.
Bisogna tuttavia distinguere gli assalti armati da semplici furti o ritorsioni verso esponenti della chiesa, per il loro ruolo di mediazione locale.
Ad ogni modo c’è stato un morto a Wamba, a pochi chilometri da noi, proprio nei giorni scorsi ed è altrettanto vero che, da qualche tempo, i missionari non comunicano con preavviso i loro spostamenti per paura di agguati lungo la strada.

D: Che ruolo svolgono esercito e governo centrale e come vengono percepiti dalla popolazione in queste zone?
R: Il governo ha svolto un operato discutibile nella politica di limitazione delle armi, mancando spesso anche di impostare una politica accentrata, lasciando il compito della risoluzione dei conflitti alle amministrazioni e alle organizzazioni locali.
I politici e i governatori si fanno corrompere con estrema facilità. La presenza della polizia e dell’esercito nelle zone più problematiche del Paese è estremamente limitata e questo lascia ampio spazio alla giustizia tribale e alla vendetta privata.
L’esercito interviene solo sporadicamente e con interventi scenografici, muovendosi tuttavia con timore e scarsa conoscenza del territorio e delle insidie costituite dai gruppi armati locali.
La maggior parte delle azioni dell’esercito si risolve in incursioni lente e prevedibili con tanto di carri armati e mitra spianati, in villaggi informati con anticipo del loro arrivo, dove si trovano solo donne, bambini e anziani, concludendosi con qualche multa e qualche sequestro di bestiame.
L’episodio più drammatico ha visto un commando di 48 soldati spinti dai guerriglieri locali in un territorio insidioso, per venire poi assaltati e uccisi, nonché depredati di tutto l’equipaggiamento e di tutti gli armamenti. Il rifugio di queste bande armate è una piana desertica di oltre 200km nel nord del Kenya, priva di strade, dove neppure gli elicotteri hanno il coraggio di avventurarsi senza il timore di essere abbattuti.

D: Se non può farlo il governo, come si può garantire la giustizia e la pacificazione?
R: Il modo migliore è sempre quello di cercare le soluzioni sul territorio, promuovendo le interazioni positive esistenti tra queste tribù. Ad esempio un modo tradizionale e pacifico per risolvere i contenziosi prevede l’incontro degli anziani delle due controparti in disputa, che si fronteggiano seduti sotto l’albero che fa più ombra. Gli anziani costituiscono una grande risorsa per le speranze di pacificazione.
Un altro aspetto importante è responsabilizzare nei confronti degli atti che si commettono, ad esempio accusando solo il colpevole ed evitando ritorsioni generalizzate contro tutta la tribù. In questo modo è la tribù stessa ad isolare le mele marce al suo interno, diffondendo al contempo un ideale di giustizia ed equilibrio che debbano essere rispettati.










sabato 15 marzo 2014

CHE FATICA

La giornata di lavoro di venerdì è servita per completare oltre due terzi della posa dei pannelli. Chi ha lavorato a terra invece, ha realizzato le strutture di alloggiamento e vi ha fissato gli inverter e i quadri elettrici. Abbiamo conosciuto un operaio della società elettrica Kenyota KLPS, che abita a Maralal, il quale ci ha spiegato come vengono solitamente realizzati gli impianti elettrici domestici in Kenya.
Leonard continua ad aiutarci, mostrando una forza nelle braccia che supera di gran lunga la nostra e assieme a lui abbiamo realizzato delle apposite canaline per contenere i fili elettrici. In questo modo i cavi dell'impianto, scendendo dal sottotetto, corrono dai pannelli agli inverter, e poi dagli inverter alla gelateria, passando nelle canaline lungo i muri esterni della struttura, completando il percorso attraverso lo scavo nella terra.



venerdì 14 marzo 2014

PIOGGIA E LAVORO

Il nostro lavoro continua, sotto gli sguardi interessati degli studenti delle scuole confinanti, accompagnato dal profumo del pane che sfornano a pochi metri da noi.
Giovedì abbiamo modo di posare una parte dei pannelli di cui è costituito l'impianto e procedere con la sistemazione della parte elettrica. Alcuni dei ragazzi che collaborano con il centro missionario ci aiutano a passare i pannelli fino sul tetto e a realizzare uno scavo che possa contenere i cavi.


 
La giornata di lavoro procede a singhiozzo con continue interruzioni causate dalla pioggia. All'equatore le piogge arrivano all'improvviso, con grossi goccioloni che percuotono sonoramente le tettoie e le fronde degli alberi, seguiti da raffiche di vento. Il cielo diventa scuro tutto d'un tratto, nascondendo il sole dietro a spesse nubi, abbassando la temperatura in maniera repentina. Gli sbalzi termici ci costringono ad adeguare di sovente l'abbigliamento e la pioggia ci impone di scendere con grande velocità dal tetto di lamiera, che si trasforma in una superficie sdrucciolevole e insidiosa.
Gli abitanti del luogo ci spiegano che la stagione delle piogge è alle porte: in Kenya le piogge si concentrano quasi interamente da metà marzo a metà giugno e da metà ottobre fino a natale, garantendo due raccolti per ogni anno.
In questi periodi le precipitazioni cadono abbondanti e quando si rovesciano sulla terra arida creano allagamenti e inondazioni, le strade diventano in breve impraticabili, i ponti crollano e i pesanti container degli aiuti umanitari affondano nel fango.


La popolazione locale tuttavia accoglie con gioa le piogge che garantiscono risorse idriche per il bestiame e acqua per le coltivazioni e le cisterne. Infatti il problema della mancanza di acqua e la difficoltà di reperire acqua pulita in Africa è estremamente consistente, tanto da essere tristemente noto.
Allora la nostra intenzione non è tanto quella scrivere qualcosa a riguardo, riportando quello che abbiamo visto con i nostri occhi, ma piuttosto raccontare come ci sia capitato di dover abbassare gli occhi di fronte a chi è abituato a sopportare sulla propria pelle le difficoltà legate alla scarsità di acqua, ma deve provvedere quotidianamente a procurarci delle bottigliette di acqua sigillate perché solo con quelle possiamo bere e lavarci i denti.


NELLA TERRA DEI SAMBURU

Alcuni studiosi sostengono che le idee più diffuse non sono necessariamente quelle più vantaggiose per l'uomo, ma quelle capaci di diffondersi in maniera più efficace, con un forte potere di replicazione. L'agricoltura è certamente una di queste idee di grande successo, che l'uomo non ha faticato ad imitare e diffondere in maniera capillare, adeguandosi ad uno stile di vita sedentario. Tuttavia esistono ancora rari posti nel mondo dove si incontrano popolazioni dedite alla pastorizia, che continuano a restare fedeli ad una millenaria tradizione di nomadismo. Un esempio che abbiamo avuto la fortuna di conoscere è la tribù Samburu, per i quali il tempo si è fermato, lasciandoli indifferenti al progresso e mantenendoli fedeli alla natura, ai valori tradizionali e ai ritmi scanditi dalle fasi della giornata e delle stagioni.
I Samburu sono l'etnia più numerosa nella zona in cui ci troviamo; secondo quanto riporta la loro religione tradizionale, essi ritengono di essere stati generati sulle sponde di un piccolo lago a poca distanza da dove stiamo realizzando la nostra installazione. I Samburu hanno sviluppato un forte legame con la terra, tanto da ritenerla, assieme al bestiame, una loro esclusiva proprietà. Questo fatto non è difficile da comprendere, considerando che la loro sussistenza non si basa sullo sfruttamento della proprietà privata, bensì sulla mobilità all'interno del loro territorio, alla ricerca di acqua e di fonti di sostentamento.
Gli animali che vengono allevati dai Samburu rappresentano per loro l'unica ricchezza, il loro numero conferisce prestigio sociale e funge da valore di scambio per acquistare una moglie e suggellare il matrimonio. Un animale per qualcuno può valere addirittura più di una vita umana e molti conflitti scaturiscono proprio da contenziosi legati al bestiame.


I Samburu non sono l'unica etnia che si è stabilita in Kenya, che nel corso dei secoli ha visto l'insediamento di numerosi gruppi tribali, giunti qui dalle regioni circostanti, attratti dalle condizioni climatiche e da un ambiente tra i più favorevoli di tutta l'Africa orientale.
L'appartenenza tribale, con le relative culture e tradizioni, è un aspetto identitario di fondamentale rilevanza in questo Paese, nonché una causa di consistenti e frequenti conflitti tra tribù.
In particolare l'area in cui stiamo operando, ha subito una considerevole migrazione della truibù Turkana. I Turkana, originari dalla regione dell'omonimo lago, sono allevatori di tradizione nomade e provengono da una terra estremamente arida e povera, nella parte nord-occidentale, al confine con il Sudan. Alcuni membri di questa tribù, attratti dal suolo leggermente più fertile e da riserve di acqua per il bestiame, hanno deciso di stabilirsi nei dintorni di Maralal.
La concomitanza di Samburu e Turkana non si è rivelata affatto amichevole. I Samburu si ritengono legittimi proprietari del suolo e delle bestie e considerano loro appannaggio lo sfruttamento di tutte le risorse del loro territorio. La presenza di un'altra tribù dedita alla pastorizia, che minacciava di impoverire le scarse risorse a disposizione, rappresentava una minaccia per la sopravvivenza e per il prestigio della tribù; così i Samburu hanno proibito ai Turkana di dedicarsi all'allevamento, relegandoli ad un'attività misera e dozzinale di estrazione e vendita di carbone. Una minoranza di Turkana ha intrapreso per la prima volta semplici attività agricole cercando di adattarsi ad uno stile di vita sedentario.
Sicuramente nei prossimi giorni avremo modo di conoscere più nel dettaglio queste vicende, che per il momento possiamo solamente accennare superficialmente.

giovedì 13 marzo 2014

AL LAVORO

Mercoledì è tempo per tutti di mettersi al lavoro. I ragazzi della gelateria, ci hanno già mostrato i loro macchinari e sono impazienti di avere energia dall'impianto. Da parte nostra non resta che garantirgli l'indipendenza energetica al più presto e correre ad assaggiare un invitante gelato, che tra poco potremo sentire di avere contribuito a realizzare.
I membri della missione ci spiegano che in Kenya il costo dell'energia è molto alto, soprattutto in relazione al costo della vita, mentre naturalmente la posizione geografica consente un'ottima esposizione alla luce solare, per generare energia pulita autonomamente.
Nessuno di noi tarda ad accorgersene: nonostante il calendario segni il mese di marzo le temperature sono già molto elevate fin dalle prime ore della giornata, il sole si fa sentire con insistenza sulle lamiere dei tetti e sulla nostra pelle non abituata alla violenza del calore africano. Tuttavia, mentre la popolazione locale, messa a dura prova dalla siccità del terreno e dalla difficoltà di trovare pozze per il bestiame non ancora del tutto prosciugate, aspetta con ansia la stagione delle piogge, noi siamo contenti che il bel tempo perduri, affinché si possa lavorare agevolmente sul tetto.
Il primo passo è quello di preparare la struttura di ancoraggio dei pannelli, sul tetto di lamiera. La mattina passa rapidamente nel realizzare la traccia dell'impianto e la preparazione di tutto il necessario. 


Il materiale è stato garantito da Fischer Italia ®. Affascinati dal progetto di Etica nel Sole, convinti della validità della pianificazione e degli intenti, non hanno esitato a rendersi disponibili a collaborare con noi, offrendo il materiale necessario per installare le strutture di sostegno e inviandolo qui gratuitamente.
In questo modo se da un lato abbiamo dovuto prendere confidenza con un tetto che non avevamo mai visto prima (se non in foto) e un panorama mozzafiato, affatto diverso da quello che possiamo osservare comunemente dai tetti, dall'altro non abbiamo tardato a sentirci a casa nell'utilizzare le stesse modalità e lo stesso materiale che usiamo per gli impianti in Italia.



Non bisogna credere che un impianto fotovoltaico necessiti solamente della fase di posa dei moduli, infatti la maggiore complessità riguarda l'installazione elettrica e la compatibilità del nostro sistema con l'impianto elettrico esistente.
Comunicando in inglese, è Leonard a mostrarci le intricate connessioni elettriche delle strutture della missione.
Insomma: una parte del lavoro si svolge sui tetti, una parte consistente anche a terra!

 
A metà giornata la stanchezza si fa sentire più del solito, le ore di viaggio accumulate nei giorni precedenti e l'adattamento al fuso orario si sommano inesorabilmente all'aria rarefatta. Un orizzonte pianeggiante inganna l'occhio, ma non bisogna dimenticare che ci troviamo su un altopiano a quasi 2000mt di quota.
A fine giornata siamo contenti di sentire i campanelli della bicicletta dei gelati suonare allegramente di ritorno dalla città e vedere la nostra struttura di sostegno per fotovoltaico ormai ultimata. Le giornate di lavoro in Africa sono scandite dal sole, che all'equatore sparisce con incredibile velocità al tramonto, per lasciare sulla terra stanca un buio fitto e avvolgente, che non trova l'opposizione di nessuna luce artificiale. Non resta che riposarsi, abbandonandosi al silenzio che circonda tutto quanto.

mercoledì 12 marzo 2014

Da Nairobi a Maralal


Lunedì mattina carichiamo i bagagli e saliamo sul nostro mezzo di trasporto: un fuoristrada robusto e spazioso, che deve condurci per oltre trecento chilometri di strade africane fino a Maralal.
La prima Africa che possiamo osservare alla luce del giorno, oltre il cancello della Consolata, è una strada trafficatissima, un ingorgo di automobili, pulmini carichi di bambini che vanno a scuola, auto governative e gli immancabili Matatu che trasportano passeggeri e bagagli stipati gli uni sugli altri. Le motociclette sfrecciano in mezzo alle auto, i venditori si affacciano ai finestrini degli automobilisti in coda e tantissime persone attraversano la strada, rischiando di essere investite.
Appena il traffico diminuisce possiamo osservare quello che accade attorno a noi: tutti sono indaffarati a camminare verso il lavoro, (qualcuno percorre anche una decina di chilometri a piedi per raggiungere Nairobi), c'è chi corre, chi trasporta carichi voluminosi su mezzi improbabili, qualcuno sta allestendo le bancarelle dove esporre i propri prodotti, ci sono biciclette e carretti ovunque.





Lungo la strada si susseguono strutture e scuole missionarie, ai lati della carreggiata sono state costruite baracche in legno e lamiera, bancarelle e mercati spuntano in ogni dove, ogni tanto si scorge qualche struttura più alta e robusta in cemento e mattoni. I colori di tutte queste costruzioni sono vivaci, ma ciò che ci colpisce di più sono le abitazioni colorate interamente, riproducendo con fedeltà pubblicità e brand occidentali.




Qualche struttura sembra una grossa scatola di scarpe. Impariamo velocemente il nome delle compagnie di telefonia locali e del prodotto contro il mal di testa più diffuso. Infine ci scappa una risata scorgendo un venditore di penne in una baracca tutta pitturata di giallo con il famoso omino del rinomato marchio, disegnato di nero con sbalorditiva precisione.
Tuttavia l'Africa è un susseguirsi di colori, persone indaffarate, povertà e costruzioni miserabili, una grande operosità che si svolge lungo la strada, un insieme di realtà insolite ed affascinanti che lascia a bocca aperta.
L'occhio diventa quasi ingordo e non vorrebbe farsi sfuggire nulla. Soprattutto per chi è alla prima esperienza, l'Africa è stupore, curiosità, confusione. Solo poco alla volta si può fare esperienza delle attività locali: c'è chi si occupa di costruzioni e carpenteria, chi vende generi alimentari, qualcuno vende pelli di mucca, qua e là delle strutture fatiscenti ad un solo piano fungono da hotel per i viaggiatori, ci sono mercati, bazar e qualche pub per la birra, qualcuno taglia la legna.





Più ci si allontana dalla città, più aumentano gli spazi coltivati e l'allevamento di capre, asini e qualche mucca, che brucano con avidità l'erba che cresce rada e bassa nella terra rossastra.


 

La strada che seguiamo è asfaltata di recente, ampia, talvolta a due corsie, le linee di mezzeria sono ben delimitate. Parallelamente alla strada corrono i cavi dell'elettricità e per alcuni tratti anche i binari della ferrovia. La strada prosegue sempre inesorabilmente in salita, il motore fatica e alcune volte ci troviamo quasi all'altezza delle nuvole più basse. I controlli di polizia sono frequenti e Patrick, la nostra guida, ci spiega che è necessario rispettare i limiti di velocità, perché ogni auto è dotata di una scatola nera digitale che registra la velocità di percorrenza.
Il paesaggio che incontriamo è incredibilmente verde e ricco di vegetazione e non ha nulla a che vedere con quelle che erano le nostre aspettative! Gli alberi sono alti e fitti, non è raro trovare pozze d'acqua, ci sono campi coltivati e gli animali trovano dell'erba abbastanza facilmente. Solo dopo avere superato Naivasha la vegetazione diventa più bassa e rada, il terreno assume tonalità di grigio e finalmente riusciamo a scorgere degli animali tipici africani: le zebre che pascolano tra gli arbusti e i babbuini che rovistano tra i rifiuti al bordo della carreggiata. A questo punto anche le abitazioni si fanno più diradate e vediamo la popolazione raggruppata in villaggi.
Una volta raggiunta Gilgil la strada diventa impervia e a tratti neppure asfaltata, tuttavia proviamo l'ebbrezza di passare l'equatore in automobile e ritornare nel nostro emisfero.
La strada prosegue fino ad arrivare a Nyahururu a quota 2300mt slm, che è la cittadina di discrete dimensioni alla quota più elevata di tutto il Kenya. Qui possiamo fermarci a mangiare e ammirare delle belle cascate con un salto d'acqua di oltre 70mt.



Kenya offre una natura e dei paesaggi spettacolari. Percorrere un lungo tragitto ci ha dato la possibilità di ammirare nello stesso giorno, nonostante qualche nuvola e una certa foschia, profonde rift valley, laghi, vulcani, le montagne Aberdare e in lontananza anche il Monte Kenya



Anche l'alternarsi dei paesaggi lascia stupiti; in breve tempo l'orizzonte può mutare radicalmente, passando da foreste verdeggianti e fitte più consone al nord-america, trasformandosi in distese di polvere e terra arida, dove crescono arbusti rinsecchiti, cactus e aloe.





Lasciata alle spalle Nyahururu, il resto del nostro viaggio riprende addentrandosi nella terra dei Samburu, etnia nomade dedita alla pastorizia, che vive in capanne tradizionali di paglia ed escrementi. Possiamo ammirare i loro colorati abiti tradizionali, mentre li scorgiamo condurre i loro greggi tra gli arbusti e il terreno secco e inospitale.






La popolazione in questa zona è molto scarsa e la natura selvaggia delle terre che attraversiamo ci consente di scorgere e fotografare ancora zebre, facoceri, babbuini e pure i dromedari, oltre naturalmente ad un gran numero di volatili.

Tuttavia non abbiamo la fortuna di avvistare i leoni; infatti Patrick ci informa che i leoni, quando la temperatura è elevata, sono soliti ripararsi all'ombra e che probabilmente non sarà facile vederli al di fuori dei parchi naturali. Nonostante questo restiamo particolarmente sorpresi dalla frequenza con cui abbiamo potuto vedere animali allo stato selvatico pascolare in prossimità dell'uomo e delle strade. Le zebre in particolare, contrariamente alle aspettative, sono uno degli animali più diffusi e non è affatto necessario partecipare a dei safari per osservarle.



La nostra guida ha fretta di arrivare a destinazione, così tra fotografie e qualche sporadica sosta, il nostro viaggio arriva a conclusione nel tardo pomeriggio a Maralal, dove veniamo accolti e rifocillati da Padre Simone, che ci mostra la nostra sistemazione e si preoccupa di farci sentire a nostro agio e farci avere la cena.